ASI TV | La Space Economy sale sul razzo
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La space economy sale sul razzo Space Rocket. Una volta averne uno significava essere protagonisti dell'esplorazione oggi vuol dire essere tra le potenze leader della space economy. I lanciatori. Con loro portiamo in orbita le sonde per l'esplorazione del sistema solare e per lo studio dell’universo, i satelliti per le telecomunicazioni, quelli per la navigazione. Spediamo nello spazio le sentinelle per l’osservazione della terra e i microsatelliti. Grazie ai vettori si portano rifornimenti, esperimenti e nel caso del sistema russo Soyuz anche uomini alla stazione spaziale internazionale. Non stupisce dunque che oggi, per un paese, avere un accesso indipendente allo spazio non sia più un problema di supremazia politica. Possedere una propria infrastruttura è di importanza strategica sul piano economico. Lo è per tutti gli attori della space economy. Per i governi e le agenzie spaziali nazionali, per le società private e per le industrie. Avere una fetta nel mercato dei lanciatori vuol dire essere un passo avanti agli altri. Ad oggi sono 11 le potenze spaziali ad avere in servizio almeno un proprio mezzo, ma il numero è destinato a crescere. Sono al lavoro per dotarsi Argentina, Australia, Indonesia, Nuova Zelanda, Romania, Sud Africa, Taiwan e Turchia, paesi emergenti nel comparto spaziale. L’Iran si appresta a raddoppiare la flotta con il debutto, imminente, del lanciatore medio Simorgh mentre anche Pechino sembra voler aprire all’industria privata. La commercializzazione, dicono le autorità cinesi, può contribuire ad affermare il paese sul mercato e ridurrebbe il costo dei servizi di lancio. Lo sanno bene gli States, i primi ad avere aperto ai privati, favorendo l’ascesa di compagnie commerciali come SpaceX e Orbital Atk che nel giro di pochi anni hanno portato le proprie navi cargo alle porte della Stazione Spaziale: La SpaceX con un proprio vettore, il primo ad avere tentato un rientro controllato a terra con atterraggio verticale. E oggi la compagnia di Elon Musk è competitor diretto dell'europea Arianespace nel mercato dei lanci di satelliti commerciali in orbita geostazionaria. Il ruolo e l’interesse dei privati sono sempre più determinati. Lo spazio non è più un investimento rivolto solo al futuro com'era ai tempi di Kennedy. Ma è un affare, oggi. Che porta soldi. E tanti. Non stupisce allora che Airbus Defence and Space e Safran abbiano entrambe espresso interesse all'acquisto di Avio, società di Colleferro che ha dato i natali al vettore leggero Vega, europeo d'adozione ma italiano di origini. Il nostro paese è infatti tra i big, nella rosa delle 11 potenze a fianco di India, Giappone, Brasile, oltre che di Stati uniti e Cina, ad avere un proprio vettore ed è l'unica nazione europea a saperne costruirne uno in casa. Una capacità oggi molto preziosa che ha contribuito a rendere l'Italia la sesta nazione al mondo per capacità spaziale e che oggi rischia di espatriare. L'operazione si collocherebbe in un quadro più ampio: i due colossi uniti nella joint venture Airbus Safran Launchers hanno già proposto l'acquisizione di Arianepace, per lo sviluppo e la costruzione del nuovo Ariane 6, realizzato con una costola del vega, il motore solido P90 potenziato che sarà utiilizzato anche per il Vega-C. L'acquisizione è stata però sospesa dall'Unione Europea, che annovera tra i motivi dell'indagine la possibilità che la nuova entità possa favorire i lanci connessi con l'Ariane, a scapito del Vega. In un contesto in cui i due vettori, una volta chiuse le operazioni del Soyuz nello spazioporto Esa in Guyana francese, rappresenterebbero il solo accesso dell'Europa allo spazio. Da qui l'allarme lanciato dal presidente dell'Asi Roberto Battiston affinché il Vega, che all'attivo vanta sei missioni e sei successi, dieci nuovi contratti e in agenda per il 2018 il debutto del Vega-C, resti italiano di nome e di fatto. Il primo nodo da sciogliere sarà l'acquisizione di Arianespace da parte Airbus Safran Launchers. La Commissione Europea ha noticato l'inizio delle indagini il 26 febbraio e ora ha novanta giorni per esprimersi.


ASI Agenzia Spaziale Italiana, 2015